Futuro Fuggente: le contraddizioni che stanno ridisegnando la società italiana

Tra innovazione e nostalgia, sostenibilità e paura del cambiamento: le tensioni che ridefiniscono il rapporto degli italiani con il futuro.


È una società sospesa tra accelerazione e resistenza quella che emerge dall'edizione 2025 di Ipsos Flair. Il report descrive una fase storica nella quale il cambiamento non è più percepito come una traiettoria lineare verso il progresso, ma come un processo ambiguo, caratterizzato dalla coesistenza di aspettative positive e timori diffusi. È quello che Ipsos definisce "futuro fuggente": un orizzonte che attrae e spaventa allo stesso tempo, in cui convivono desiderio di innovazione, bisogno di protezione e nostalgia per un passato percepito come più stabile e rassicurante.

A plasmare questa condizione contribuiscono alcune profonde faglie sociali ed esistenziali. La prima riguarda la crescente percezione delle disuguaglianze. Richiamando la prospettiva di Amartya Sen, la ricerca sottolinea come il benessere non sia determinato esclusivamente dal reddito ma anche da fattori quali salute, istruzione, libertà e qualità della vita. In questo contesto emerge un forte divario tra gruppi sociali: mentre il 78% del ceto medio si dichiara felice, il 77% dei ceti popolari afferma di sentirsi infelice. Parallelamente si osserva una crescente difficoltà a immaginare una mobilità sociale ascendente: soltanto il 10% del ceto medio e appena l'1% dei ceti popolari ritengono di poter migliorare il proprio status sociale. A queste dinamiche si aggiunge una progressiva disaffiliazione dei legami collettivi, tanto che il 40% dei giovani dichiara di sentirsi escluso dalla società.

La seconda area di tensione è rappresentata dalla cosiddetta "società del rischio". La percezione di vivere in un contesto più incerto e conflittuale risulta particolarmente diffusa: il 73% degli italiani ritiene che la società sia oggi più violenta rispetto al passato e il 42% denuncia una crescita delle forme di prevaricazione nella vita quotidiana. Allo stesso tempo, quasi sette persone su dieci considerano la globalizzazione una minaccia per le culture locali, mentre il 64% dichiara di subire già conseguenze negative legate ai cambiamenti climatici. Le paure collettive non sono più quindi riconducibili a un unico fattore, ma derivano dall'intreccio tra fragilità economiche, trasformazioni culturali e incertezze ambientali.

Particolarmente rilevanti sono anche le faglie esistenziali. Il 70% degli italiani avverte una distanza tra ciò che avrebbe voluto realizzare e ciò che effettivamente è riuscito a fare nella propria vita, un fenomeno che il report richiama attraverso il concetto di "scarto anomico" elaborato da Robert Merton. Inoltre, il 35% indica il malessere mentale come una delle principali problematiche sociali e il 18% afferma di essere frequentemente attraversato da pensieri negativi. Il disagio appare quindi sempre più intrecciato ai percorsi di vita e alle aspettative individuali.

Accanto alle fragilità, il rapporto individua alcune importanti spinte trasformative. La transizione ecologica continua a rappresentare un riferimento valoriale significativo: il 36% degli intervistati si dichiarerebbe deluso da imprese non impegnate sul fronte climatico e oltre la metà ritiene che i maggiori costi della produzione sostenibile debbano essere assorbiti dalle aziende. Tuttavia emergono anche resistenze legate alla tutela dell'occupazione, al punto che il 43% ritiene prioritario salvaguardare i posti di lavoro rispetto agli obiettivi ambientali. Analoghe ambivalenze si osservano nel rapporto con l'innovazione tecnologica. Se il 62% riconosce che la tecnologia ha semplificato la vita quotidiana e il 65% ritiene che abbia reso l'esistenza più intensa, il 76% dei giovani under 34 ha la sensazione che il mondo stia cambiando troppo velocemente. In questo scenario l'intelligenza artificiale viene percepita contemporaneamente come opportunità e fonte di preoccupazione: il 57% teme infatti i possibili impatti futuri della sua diffusione.

Tra i fenomeni emergenti spiccano inoltre la "cronopenia", ossia la sensazione cronica di non avere abbastanza tempo, e la "dissonanza occupazionale", che descrive la distanza tra identità personale e lavoro svolto. Più della metà degli italiani afferma di essere stressata dalla mancanza di tempo, mentre il 41% ritiene che per essere più felice avrebbe bisogno soprattutto di maggior tempo libero. Sul fronte lavorativo, quasi un terzo considera la propria occupazione noiosa, stressante o fonte di malessere, una quota che sale sensibilmente nei ceti popolari.
Parallelamente emergono due bisogni apparentemente opposti ma complementari: da un lato il desiderio di leggerezza, piacere e gratificazione personale (hedonomia); dall'altro la ricerca di relazioni autentiche, comunità e collaborazione, sintetizzata nel concetto di transindividualità. L'80% degli intervistati ritiene infatti necessario costruire un nuovo senso di comunità e quasi nove persone su dieci dichiarano di sentirsi bene quando collaborano con gli altri.

Per imprese, istituzioni e organizzazioni, il "futuro fuggente" rappresenta dunque una sfida interpretativa prima ancora che operativa. Comprendere consumatori e cittadini significa oggi leggere un insieme complesso di emozioni, aspirazioni e contraddizioni: il bisogno di innovazione convive con la nostalgia, la richiesta di connessione con il desiderio di disconnessione, la fiducia nella tecnologia con la paura dei suoi effetti. È all'interno di queste tensioni che si giocherà la capacità di costruire valore, fiducia e appartenenza negli anni a venire. 

Fonte: dati Ipsos