Empowerment femminile: a che punto siamo in Italia?

Il percorso verso l’empowerment è caratterizzato da luci e ombre, ma esempi positivi spingono verso la giusta direzione


Il percorso verso realizzazione dell’empowerment femminile non è lo stesso ovunque, ma ha profonde differenze a seconda del Paese di riferimento. Esso è infatti fortemente connesso con il contesto economico sociale e culturale di ogni singolo Paese: in Italia, questo percorso ha attraversato il mito dell’angelo del focolare degli anni 40-50 e le lotte sociali degli anni 60-70, per arrivare agli anni attuali caratterizzati per le donne da tante conquiste sociali, economiche e culturali, ma anche altrettante sfide da affrontare e superare. Affinché ci sia un vero empowerment femminile, è necessario che tre pilastri fondamentali siano allineati:

1.  Risorse sociali, ossia uguale accesso ai giusti asset di potere come istruzione, indipendenza finanziaria, processo decisionale, lavori. Su questo in Italia ci sono luci e ombre: il 25% della popolazione crede che il ruolo principale della donna in società sia quello di moglie e madre; le donne che frequentano corsi STEM sono meno degli uomini; l’incidenza delle giovani donne NEET si attesta al 29% contro un 18% della media UE; a 5 anni dalla laurea gli uomini guadagnano in media il 20% in più delle donne. Al contempo, il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – cerca di ridurre l’insicurezza sul lavoro per le donne e di colmare il divario di crescita professionale.

2.  Risorse Emotive, vale a dire la sicurezza in se stesse e la possibilità di colmare o comunque ridurre il divario tra ciò che si desidera e c’è che effettivamente si fa. Le donne italiane sono vittime della trappola dell’iper-performance, che le porta a voler eccellere in tutti ruoli - donna, madre, moglie e lavoratrice –, causando un senso di potenziale frustrazione dovuta all’imperfezione. Bisogna modificare i modelli aspirazionali per uscire dalla trappola.

3.  Risorse comportamentali, cioè la libertà e la capacità di diventare chi si vuole, anche contro le norme sociali, in molti casi trovando un proprio personale percorso di empowerment. Qualche esempio lo troviamo nella libertà di poter dire no senza subire pressioni, oppure nei movimenti spontanei dal basso in cui le donne lavorano insieme per sviluppare competenze tipicamente maschili.

In Italia la strada per il pieno raggiungimento dell’empowerment femminile è ancora lunga, e sembra essere ancora indietro rispetto alla media Europea. Tuttavia non mancano esempi positivi (fenomeni di sorellanza che si diffondono dal basso e che influenzano le marche, nuove voci nel modo di pensare alle donne, la lotta contro gli stereotipi di bellezza, etc…) che, anche se per il momento si tratta di fenomeni isolati, hanno il potenziale per creare un circolo virtuoso influenzando le risorse sociali, emotive e comportamentali delle donne. 

 

Fonte: dati Ipsos